Strumenti utili per Freelance (e non solo)

Traduco l’intro di questo interessante articolo trovato su Net.Tut+:

Sviluppare un sito moderno ed esteticamente piacevole non è cosa facile, nemmeno per i più “stagionati” sviluppatori. Devono essere identificate le tendenze e gli standard tecnologici del momento e determinate le modalità di inclusione nel design delll’applicazione (o sito) web. Fortunatamente il web è pieno di servizi gratuiti online che possono venire incontro a diverse necessità che nascono durante la progettazione ed il design, aiutandoci a velocizzare gli sviluppi e lavorare in maniera più efficiente.

Non posso che consigliare alcune delle applicazioni che trovate nell’articolo, oltre alle sempreverdi estensioni per Firefox come FireBug, MeasureIt, ColorZilla e la WebDeveloperToolbar le più interessanti (almeno per me) sono queste:

Inoltre, di recente, cercando materiale online per aggiornare e strutturare al meglio questo blog mi sono imbattuto in: DivaGeekDesign, sito web specializzato in risorse per bloggers, grazie ad un articolo che parlava di strumenti per Freelance.

Mi riconosco in molti degli strumenti che vengono evidenziati nel post, molti di questi li utilizzo tuttora per molti progetti. Credo la capacità  di sfruttare al massimo gli strumenti gratuiti disponibili online sia un grandissimo vantaggio competitivo in ogni campo.

Attualmente la mia configurazione:

  • Collaboration Tool: Basecamp / Do.com
  • Calendar: Google Calendar
  • Time Management: sto provando GetHarvest 
  • Invoicing: FreshBook in test (ma siamo in Italia ed è un casino)
  • Personal productivity: Licorize + ReadItLater (collegati)

Ecco i due post di riferimento anche per l’articolo che vi segnalo:

Voi cosa utilizzate?

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La tua presenza Social mattutina in 10 minuti

crimsonbars La tua presenza Social mattutina in 10 minuti

Il monitoraggio dei social media è uno step fondamentale nella gestione della presenza online, sia che tu lavori in una azienda che tu voglia invece migliorare il tuo “personal brand”. In molti ritengono questo step tra i più onerosi in fatto di ore/uomo.

Questo non è del tutto vero. Analizzare la propria presenza online è, si, un’attività quotidiana, e tale deve restare, ma il monitoraggio può essere svolto nel tempo di un caffè con i colleghi.

5 Passi / 10 minuti

No, potrebbe non essere necessario un intero team di persone per gestire il monitoraggio del tuo brand. Devi solo cercare di ottimizzare il lavoro da fare scegliendo gli strumenti giusti, che nella maggior parte dei casi sono disponibili gratis a chiunque.

Ecco 5 step, della durata di un caffè, con i quali migliorare la tua routine quotidiana di monitoraggio online:

1) Twitter check ( 2 min ):

Puoi usare le ricerche integrate di Hootsuite (per Twitter) oppure Socialmention (se vuoi allargare la base social) o Topsy (che ha anche ottime ricerche storiche), per scoprire cosa si sta dicendo a proposito del tuo brand in questo momento.

2) Google Alerts ( 2 min ):

I Google Alerts sono uno strumento potentissimo per monitorare gli eventi, il nome dell’azienda, dei prodotti o più generici brand che ritieni interessanti da seguire.

Il setup è molto semplice e molto potente contemporaneamente; puoi scegliere se ricevere aggiornamenti su uno specifico termine (o una frase) in tempo reale oppure una volta al giorno (o anche un digest settimanale).

google alert La tua presenza Social mattutina in 10 minuti

Quindi nel momento in cui qualcuno farà un post sui tuoi prodotti, un alert sarà inviato alla tua casella di posta elettronica!

3) Facebook Insight ( 1 min ):

Visita le statistiche della tua pagina facebook aziendale per scorire quali sono gli utenti che hanno “reagito” agli ultimi contenuti inseriti, chi ha interagito sharandoli e scopri chi ha commentato direttamente sul Wall della pagina.

facebook insight La tua presenza Social mattutina in 10 minuti

Perchè voi avete una Facebook fan Page vero? Oppure siete tra quelli che ancora pensano che sia meglio un profilo personale per l’azienda?

4) Cercate domande relative al vostro mercato ( 3 min ):

Che sia Search for questions su LinkedIn, un profilo su Quora o un account su StakOverflow, ricordatevi di cercare (e rispondere) alle domande sul vostro brand oppure sulle tecnologie/strumenti che usate.

Logo linkedin La tua presenza Social mattutina in 10 minuti

Potrete approntare appositi feed RSS per leggere comodamente le domande dal vostro Google Reader.

5) Google Reader ( 2 min ):

Come detto sopra, Google Reader può diventare la base di controllo per il vostro monitoraggio in tutti i social media per i quali non ci sono dashboard di controllo integrate. Configurate un apposito feed RSS contenente le ricerche per i termini che vi interessano (ad esempio su Digg) ed importatelo in Google Reader, magari in una cartella specifica, centralizzando tutte le ricerche del genere (Flickr, Reddit, Youtube, etc).

Tempi

I tempi sono volontariamente estremi, ma possibili, e come detto mi sono focalizzato sulla sola parte di monitoraggio, escludendo volontariamente le attività di engage che devono partire proprio basandosi sul monitoraggio.

Quali altri tool usate per facilitare il vostro lavoro di monitoraggio?

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Omicidio di massa e videogames: il caso Breivik

 Omicidio di massa e videogames: il caso Breivik

Uno dei libri più belli, e più terribili, che abbia mai letto è Dispacci di Michael Herr. Michael Herr è stato cronista di guerra in Vietnam. La sua, non c’è altro modo di chiamarla, esperienza, unita a una sopraffino utilizzo della parola, lo ha portato a partecipare alla sceneggiatura dei due più importanti film sulla cosiddetta Sporca Guerra: Apocalypse Now e Full Metal Jacket.

Non so se capita anche a voi, ma ci sono libri che ti si aggrappano alla memoria come Rick Deckard al cornicione in Blade Runner: ti dimentichi tutto, ti rimane un solo, ultimo, ricordo di quel libro, che però è bastante per non farlo cadere in un oblio di neuroni affaccendati in altro.

Quel che mi è rimasto di Dispacci è una descrizione di Herr di sé stesso che si nasconde dietro un muro diroccato e dice a qualcuno (il ricordo non si ricorda chi è, questo qualcuno):

Coprimi!

E Herr, con quel grido, si sente in un film. Sta rischiando la vita, in Vietnam, e lui si sente in un film.

Michael Herr è un imbecille? No, assolutamente no. Michael Herr è, semplicemente, un postmoderno. Come tutti noi. Noi che però di Herr potremmo essere i figli (e se siete più giovani, nipoti), se ora, in questo momento, ci trovassimo catapultati in un qualsiasi scontro a fuoco in Afghanistan, Iraq e chi più ne ha, invece che in un film ci sentiremmo probabilmente in un videogame.

Del resto l’azienda dei videogame ha superato per fatturato quella cinematografica e la postmodernità, lo sappiamo bene, si ciba di ciò che è merce che vende.

Un bel po’ di tempo fa io (e, faccio io outing per lui, anche il Palla) giocavamo a Call of Duty in pausa pranzo. Era un gran bel modo di sublimare la tensione delle prime quattro ore di lavoro della giornata. Del resto a qualcuno, tra colleghi e clienti, gli avresti anche sparato sul serio…

Alle due e mezzo si ricominciava a lavorare e non era davvero morto nessuno. Anders Breivik, invece, ha giocato a Modern Warfare e World of Warcraft e ha ucciso settantasette persone.

Se non sapete chi è Anders Breivik andate a wikileggervelo. In questi giorni Breivik viene processato a Oslo per terrorismo e omicidio. E su che cosa si butta la stampa? Su quanto gli hanno chiesto, e quanto lui ha risposto, riguardo ai videogiochi. Riguardo al fatto che, se a Breivik tu avessi chiesto:

Che hai fatto di bello a Capodanno (2010/2011)?

Ti avrebbe risposto:

Ho giocato a Modern Warfare per diciassette ore.

Ma a Breivik piaceva giocare a Modern Warfare e a World of Warcraft? Macché. Ci giocava per allenarsi, dice lui. Per addestrarsi. Per prepararsi a compiere la sua strage. Dimostrando, tra l’altro, di essere un pessimo giocatore e un mediocre terrorista: perché in giro ci sono e ci sono stati titoli più adatti alle sue, chiamiamole così, esigenze

Newsmaker o Giornali?

Ai giornali però, o meglio,  diciamo ai newsmaker, perché i giornali in quanto tali non li legge (quasi) più nessuno, la tematica i videogiochi ti fanno diventare cattivo piace, piace un sacco.

Solo che ormai ci sono anche i newsmaker specializzati in videogiochi e così ne viene fuori un bell’articolo come questo di Rock, Paper Shotgun. Bell’articolo, sì ma con un enorme limite.

Vediamo di analizzarlo: l’articolo ci dice sin dal titolo che la stampa (Quale stampa? Come definirla? Quella ufficiale? Quella cattiva?) ignora i fatti. Ora io non so se John Walker, l’autore dell’articolo, è un nerdone brufoloso, un laureato in qualcosa che contiene la parola communication nella sua definizione o semplicemente uno che, beato lui, fa quello che gli piace – scrivere di videogiochi – e tanti saluti.

Il problema è che in questo articolo John Walker finisce, nella sacrosanta impresa di difesa dei videogiochi (che in effetti solo un imbecille potrebbe associare a settantasette persone assassinate), per cadere nella stessa retorica, negli stessi schemi mentali, di quella stampa che sta, comunque giustamente, criticando.

Perché i fatti non esistono. Ne esistono solo interpretazioni.

‘sta cosuccia l’ha detta Nietzsche. Se volete farvi quattro risate, andatevi a leggere la relativa… discussione su Yahoo! Answers. E sarebbe proprio questa conquista da pensiero debole che smonta il meccanismo perverso del noi contro loro. Quello stesso meccanismo che è la base su cui si è, anno dopo anno, presunto fatto dopo presunto fatto, costruita la follia omicida di Breivik.

Per la CNN, per Al Arabiya, per la Reuters e molti altri, ci dice John Walker, è un fatto che ci sia un rapporto tra videogiochi violenti e violenza reale. Per John Walker, invece, è un fatto l’esatto opposto. Ma i contendenti continuano a cercare un senso dove non c’è.

Un’epoca destituita di significato?

Un’epoca in cui Breivik può scrivere che l’Europa è schiava di una lobby marxista-islamista-multiculturalista. Abbiamo internet, ma parliamo ancora come i nostri nonni. E quelli che hanno ragione parlano esattamente nello stesso modo di quelli che hanno torto.

skyrim06 Omicidio di massa e videogames: il caso Breivik

Cosa avrei scritto al posto di John Walker? Avrei citato la nostra esperienza di giocatori accaniti (altro che Breivik!) di Skyrim. Non vi parlerò di Skyrim, diciamo che è un gioco di ruolo e fermiamoci lì. Ebbene, in questo gioco di ruolo io e MaG giochiamo ‘insieme’, dividendoci i compiti. Siamo una double human interface… E abbiamo deciso che nel contesto-Skyrim non uccidiamo lucciole e api per trarne ingredienti alchemici. L’idea di uccidere una Spriggan, poi,  mi ripugna.

Ciò posto, siamo due deficienti di quarant’anni che applicano regole a un non-contesto, un gioco per computer? No, siamo semplicemente due esseri umani molto diversi da Breivik che applicano anche a una realtà virtuale l’interpretazione con cui vivono la realtà reale, che danno la loro coerente interpretazione dei fatti, che essi siano reali (il ragno sulla finestra di casa) o meno (lucciole e api di Skyrim).

E no, non voglio proprio pensare a come Breivik giocherebbe a Skyrim.

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Mondo, Europa, Italia e… Internet per capire dove siamo!

Forse stiamo usando questo esperimento di WebDiving giusto per raccontare come noi, microcellula di due umani e gatto annesso, usiamo la Rete.

Perché da un lato c’è la quantità di offerta di informazioni a disposizione, dall’altro c’è la capacità critica dell’utente di utilizzare l’enormità di dati che fanno la Rete stessa.

Perché è del tutto inutile avere Google a disposizione se poi gli chiedi soltanto l’indirizzo della pizzeria più vicina. Così, se la Rete è una finestra sul mondo, è del tutto inutile continuare a guardare se non si riesce a vedere quel che c’è al di là del vetro.

Talvolta quello che vediamo non ci piace: non è così piacevole prendere coscienza di quanto il tuo stile di vita ha relazione con gli schiavi nel mondo.

Questa volta, invece, proviamo a ragionare sugli strumenti che possono farci capire meglio i fatti che stanno dietro alla politica. Perché, se non credo scriveremo mai di politica in WebDiving, di essere attenti, vigili, e cercare di capire sempre con la propria testa, di questo scriveremo di sicuro.

Tutto comincia in Irlanda…

Vi ho già scritto che soprattutto per me (Max) l’Irlanda rappresenta un’ossessione, abbastanza estesa, e profonda, da aver bisogno di non meno di tre diversi blog. Sbarcavo dall’aereo e mi sentivo a casa. Un’affermazione, questa, che non ha nessuna validità, diciamo così, scientifica: si parla soltanto di sensazioni. E sensazioni di un’ossessione: difficile immaginare qualcosa di meno oggettivo.

A forza di rompermi la testa sull’Irlanda, però, ho provato a cercare di capire che cosa stava dietro alle sensazioni. E qualche dato oggettivo cominciava a venire fuori: i luoghi, e le persone, non sono tutti uguali. E non sto dicendo, ovviamente, che l’Irlanda è un Paese perfetto. Sto solo dicendo che l’Irlanda è perfetta (lo so: è un parolone) per me. In fondo, sto solo dando ragione a Christian Morgenstern che disse:

casa non è dove vivi, è dove ti capiscono.

E questo che c’entra con Internet?

C’entra eccome, perché la risposta “Irlanda!” alla mia domanda:

“Dove dovrei vivere se mi interessano i negozi di bollitori elettrici, la musica per strada, i pub, Beckett e fare conversazione con sconosciuti sulla moglie di Joyce mentre bevo lapsang?”

dovrebbe darmela il social network che non esiste (e qui ci schiaffo un tag lungo un chilometro, ma quel che va fatto va fatto: torneremo a parlarne spesso, credo, de il social network che non esiste), il quale, data una serie di parametri che mi interessano (meno auto pro capite e più bici, per esempio. O quantità media di libri letti a testa. No meglio: densità abitativa di libri al metro quadro (quella di casa nostra è di 24,8) mi dice dove dovrei vivere.

Bello vero?

Prestate centomila euro al Palla e ve lo tiriamo su noi, il social network che non esiste

In attesa che l’idea piaccia a Google, o a Zuckerberg …

Se lo facciano da soli il social network che non esiste, c’è qualche strumento che ci permetta, rispetto a dei parametri oggettivi, di capire che cosa succede veramente nel Paese in cui viviamo, e di contestualizzarlo rispetto al resto del mondo?

Certo non sono belli come il social network che non esiste, ma qualcosa si trova.

Human Development Report, per esempio (potete wikileggervi la storia di HDR anche in Italiano), è associato allo United Nations Development Programme e, nella sezione statistiche, ci permette di analizzare un Paese secondo una serie di indici che, nella loro totalità, ne definiscono il grado di sviluppo umano.

Do It Yourself

La vera genialata è la sezione Do It Yourself in cui potete “rimixare” come volete, eventualmente anche aggiungendo dati personalizzati, i parametri canonici che vanno a costituire l’HDR: Health, Education, Income, Inequality, Poverty, Gender, Sustainability.

Ti interessa la salute? Il tuo posto perfetto è San Marino. Sei una donna? Svezia (avranno sicuramente delle pubblicità delle auto meno sessiste…)!

sanmarino Mondo, Europa, Italia e... Internet per capire dove siamo!

Se accoppiate EducationSustainability avrete una gran bella sorpresa. Come sta l’Italia in classifica assoluta? Ventiquattresima.

La mia Irlanda? Settima. Il podio? Norvegia, Australia, Olanda.

World Mondo, Europa, Italia e... Internet per capire dove siamo!

NationMaster somiglia molto a Human Development Report, e promette un grado di comparazione ancora più ampio. La leggibilità dei dati è però sicuramente inferiore rispetto a HDR, e non c’è molta chiarezza su come si arrivi ai punteggi.

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Ma mettiamola così: se i dati sugli omicidi in Turchia sono corretti, io non ci andrei in vacanza…

I dati da soli, però, rischiano di lasciare il tempo che trovano: torniamo dove avevamo iniziato, voglio utilizzare proattivamente i dati acquisiti, altrimenti non mi servono. In ultima analisi, se devo vivere in Italia, voglio capire che cosa posso fare per farla salire in classifica.

Qualche spunto possiamo trarlo da Sustainable Scale per tutto ciò che riguarda appunto le tematiche in relazione allo sviluppo sostenibile e alla comprensione del fatto che le risorse planetarie sono limitate.

In pratica Sustainable Scale ci permette di interrogarci sulla comprensione di felicità e benessere umani che sono poi alla base delle classifiche estrapolabili con HDR o NationMaster.

sustainable Mondo, Europa, Italia e... Internet per capire dove siamo!

Eurostat, per finire, è invece il portale ufficiale delle statistiche della Cee.

eurostat Mondo, Europa, Italia e... Internet per capire dove siamo!

Visto che stiamo scrivendo con, su e per Internet, siamo andati a sfrugugliare nei dati riguardanti la Information Society Policy, in soldoni: il digitale in Europa.

E se dobbiamo guardare all’Italia, il risultato è, più o meno, un bagno di sangue. Adsl in casa? Sotto la media. Utilizzatori fissi di Internet? Sotto la media. Utilizzo interattivo del web? Appena sotto la media, ma comunque undicesimi.

E se ti metti a comparare HDR e Eurostat, alla fine scopri che c’è una relazione abbastanza chiara tra quelli che sono gli indicatori di sviluppo umano, l’utilizzo di Internet e lo sviluppo sostenibile.

Quindi? Quindi, su questo non c’è dubbio, un’Italia statisticamente diversa passa da Internet…

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Donne e Motori … ed ecocritica della pubblicità!

transformers Donne e Motori ... ed ecocritica della pubblicità!

Quello che le donne non dicono: appunti per una ecocritica gender related degli spot pubblicitari delle auto

Sapete che cosa significa serendipide?

Beato il Bartezzaghi Senior che – allora internet non c’era – poteva mettere la parola serendipide in un cruciverba e far impazzire chiunque, ché parola assai rara era, serendipide. La serendipità ha a che fare con lo Sri Lanka, in prima battuta (se volete wikileggervi tutta la storia…) e indica l’imbattersi in qualcos’altro mentre stiamo cercando qualcosa.

OK. Che MaxMaG si occupano, molto, di Irlanda, ve lo abbiamo già detto. Dove lo fanno? Su un magazine online. Occuparsi di Irlanda significa spararsi cultura irlandese (cinema, musica, TV e libri, tanti libri) al ritmo con cui Dude Lebowski si nutre di White Russian.

Così leggendo l’interessantissimo saggio di Patrick Lonergan su Martin Mc Donagh (di cui ovviamente non vi parleremo qui)  mi (Max) sono imbattuto in un serendipide evidente come un pollice gonfio: un approccio ecocritico all’opus del medesimo Mc Donagh.

Che cosa è l’Ecocriticism leggetevelo su wiki.

Per me è una cosa che fa parte della mia vita da un bel po’, anche se non avevo ancora letto né il libro di Lonergan né quello che, about Ecocriticism, si può trovare online. Il fatto poi che la voce Ecocriticism di Wikipedia non sia tradotta in Italiano mi sembra molto significativa.

Ma non è questo il punto, almeno in questo post. Mi sembrava interessante, invece, utilizzare l’approccio ecocritico non tanto per analizzare l’arte, ma per analizzare qualcosa che mi permettesse di non essere bacchettato dal Palla causa un clamoroso fuori-tema.

E così ho fatto il classico due più due, e mi sono detto: perché non utilizzare l’approccio ecocritico per analizzare delle pubblicità? E quali pubblicità possono prestarsi meglio di quelle delle automobili, che sempre più devono fare i conti con la nascita, lenta, ondivaga, debole, ma pian piano sempre meno ignorabile, di una coscienza ecocritica nei clienti targettizzati?

Che cosa credo di aver scoperto? Che si può anche essere postmoderni quanto alla CO2, ma quanto alla visione della donna nelle pubblicità delle auto siamo ancora alle pinup sui cofani o poco più.

Che s’ha da fa’ per campà: Giulietta Thurman

 

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L’avevamo lasciata al volante della Pussy Wagon di Kill Bill e non era possibile essere più chiari di così: la (quasi super-)donna B. Kiddo si riappropriava della sessualità sottrattale da Buck, ed esplicitata in un’auto, in maniera definitiva: uccidendo il bastardo e rubandogli appunto l’auto (ovvero: l’utero è mio e lo gestisco a colpi di katana).

E invece ce la ritroviamo madre di parto trigemino su un’auto sicura con cui riporta le pargole. Le riporta dove? A casa? E dov’erano? Al corso serale di karate tenuto da Pai Mei alla scuola all’angolo..? In una pubblicità d’auto neanche Uma Thurman può permettersi di essere bella e pericolosa: può anche avere ammazzato tutti gli 88 Folli nel frattempo, ma a sera torna a casa, con le bambine in ordine, e pronta per preparare du’ spaghi a Bill…

Captiva: le parole sono importanti!

Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti. E anche i nomi delle auto sono parole. Guardate questo spot per la Chevrolet Captiva:

Che romanticismo, vero? Bene. Ora provate a entrare nella testa di lei. Questo imbecille ha portato il suv sulla spiaggia. Che cosa gli serviva sulla spiaggia? Il rastrello. Ha portato l’auto in spiaggia per un rastrello. Se tanto mi dà tanto quando la tipa lo manderà a fare la spesa gli servirà un autoarticolato…

Ma c’è di più. Captiva è il femminile (ma guarda un po’) del Latino Captivus. Il captivus è il prigioniero di guerra. Il penultimo passo prima di diventare servus, schiavo. Il tipo sarà anche bravo a usare il rastrello, ma la vorresti una relazione con uno che chiama schiava anche la sua auto..?

Va meglio con la Lancia Musa e Carla Bruni:

In questo caso la figura femminile è più attiva, ma comunque non ha potere decisionale sulla sua auto: ne è solo una passeggera. E il target è decisamente femminile. Tanto vale premiare la strana coppia madre – figlia della Twingo:

almeno in questo caso la donna, anzi le donne, sono protagoniste al 100%. Se vogliamo, però, anche questa pubblicità è comunque sessista, perché torniamo alla questione della target orientation.

E quindi?

E quindi, da ciclisti indefessi ed ecocritici, quello che diciamo alle donne è: perché utilizzare un mezzo di trasporto progettato da maschi per i maschi, venduto da maschi a maschi (se non nell’eccezione, e accezione, di seconda auto – perché solo la seconda auto è quella declinata al femminile)?

Le tematiche dell’ecocriticism sono spesso collegate alle tematiche di critica del genere (sessuale), e non è un caso: la terra, e la donna, subiscono da sempre e quasi ovunque la stessa problematica di un approccio maschile e maschilista. Pari opportunità ed ecologia sono, quasi certamente, due modi diversi di dire la stessa cosa su ciò di cui il pianeta ha bisogno.

E quindi?

Se siete donne arrabbiatevi per come vi trattano quando un pubblicitario cerca di vendere un’auto utilizzandovi e diteglielo, diteglielo chiaro e forte che siete arrabbiate. E diteglielo pedalando. Perché se su youtube digitando “pubblicità bici” non si ottengono video di pubblicità alle biciclette, ma soltanto video in cui le biciclette vengono utilizzate per pubblicizzare altro, e non esiste un social network dei ciclisti, significa che abbiamo un problema.

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E tu quanti schiavi hai?

La rete non è solo porno & Facebook e non serve solo per giocare a Farmville. Questo, più o meno, lo sapevamo già. Lo sappiamo benissimo che nella rete c’è tutto e che con Facebook si può fare tutto. O meglio: con Facebook e affini si può fare di tutto, si può comunicare su tutto con tutti.

Per certo Facebook, con Twitter, è il contenitore ultimo in cui, se la tua testa ragiona in termini di generare un profilo social della tua esistenza, finiranno le tue idee, le tue aspirazioni, le tue convinzioni. O la tua squadra di calcio e le vacanze.

Quello che sta succedendo attorno a Facebook e Twitter (quel che ormai è già successo) è che la tua esistenza social ha bisogno di declinazioni. Se suoni devi (dovevi? Dovrai..?) essere su MySpace. Se leggi (e se scrivi, pure) devi essere su aNobii o Librarything (o sul neonato Zazie?). E se vuoi occuparti di politica c’è un social network che fa per te? Sì: quello che ti serve dovrebbe essere Jolitics, ideato da Mr. Bebo.

Fin qui tutto bene: siamo in territorio conosciuto.

Prendi un argomento e davanti ci aggiungi “Il Facebook del…”. Degli animali. Dei libri. Dei morti (questi i primi suggerimenti di Google). Degli orti. Di quelli che io sono troppo figo per essere su Facebook (questo qua esiste già da un po’: si chiama Google Plus…). Del cinema.

Poi, però, ti imbatti in SlaveryFootPrint. Che cos’è? Il Facebook del contare quanti schiavi sostengono il tuo stile di vita. Perché se ci sono, come ci dice Not For Sale, trenta milioni di schiavi sul pianeta (SlaveryFootPrint è leggermente più ottimista e ne conta solo ventisette milioni), qualcuno prima o poi doveva porsela la domanda: ok, ma per chi lavorano?

Schermata E tu quanti schiavi hai?

Justin Dillon, fondatore di SlaveryFootPrint (che nel frattempo ha rischiato di vincere il Guardian Awards for Digital Innovation 2012, categoria Technology for Social Change. I fondi per SlaveryFootPrint provengono dal Dipartimento di Stato e fa parte della Clinton Global Initiative) se lo è chiesto per tutti noi e sul sito possiamo, con pochi semplici click, come si diceva una volta, capire qual è il nostro impatto sulla quantità di schiavi del pianeta.

L’ammontare risulterà da quanto è grande la nostra casa, dall’avere auto e/o scooter, da quanti televisori e computer e telefonini, dalle nostre abitudini alimentari, dalla quantità di vestiti che abbiamo negli armadi.

Come MaxMaG facciamo trentadue. La media individuale è di trentotto, e visto che noi siamo in due facciamo sedici a testa. Una gran bella media… Ma ci sono ancora trentadue persone là fuori da qualche parte che sono schiave per colpa nostra. Tutta colpa dei vestiti di MaG e degli Hard Disk esterni di Max (lo confesso: ho un comportamento ossessivo-compulsivo a proposito dei backup…).

slavery footprint app 1 537x402 E tu quanti schiavi hai?Se SlaveryFootPrint si esaurisse così, con l’averti detto quanto sei cattivo verso i tuoi simili, sarebbe soltanto un giochino masochista molto stupido. Ma SlaveryFootPrint fa, ovviamente e fortunatamente, di più. Con la App Made in a Free World si scarica una sorta di Foursquare che ci mette in guardia rispetto al rischio di acquistare prodotti derivanti da lavoro di schiavi.

Nella sezione Take Action del sito possiamo far sì che SlaveryFootPrint scriva per noi a una compagnia a nostra scelta (ho provato Apple, Fiat, Twinings, Samsung: c’erano tutte) per sensibilizzarla sul tema della schiavitù. Si può, naturalmente, invitare i propri amici a iscriversi a  SlaveryFootPrint tramite Facebook o anche, e questa è la sezione che mi piace di più, inviare a  SlaveryFootPrint un file che dimostri un nostro comportamento virtuoso, anti-schiavitù (per esempio l’acquisto di prodotti certificati fair-trade) . In questo modo accumuliamo Free World Points, che dimostrano il nostro impegno nella battaglia.

Che dire? Altro che Farmville…

E, per me, una piacevole conferma di una sensazione che ebbi la prima volta che mi sedetti davanti a un 486 con Windows 3.11 (o era già ’95?) collegato a Internet: questo strumento è straordinario.

E anche se, in un pezzettino oscuro del mio cervello, non riesco a non immaginarmi un neonazista che utilizza SlaveryFootPrint ma al contrario, io sono veramente convinto delle potenzialità positive che ha la rete, e a maggior ragione il web che è diventato social, per creare un mondo migliore. O quantomeno  per smetterla di distruggere il mondo così com’è e con esso i suoi abitanti, umani e non.

Lo so. Quando avrete generato il vostro score  su SlaveryFootPrint vi sentirete a pezzi. A meno che non siate il neonazista di cui sopra, ovviamente…

Per tirarvi su vi consiglio una bella passeggiata nel verde e, visto che il verde del pianeta è a rischio tanto quanto la dignità di essere umano, prima di uscire potreste dare un’occhiata a  Tree Nationun social network gratuito dedicato a combattere il cambio climatico, la desertificazione e la povertà piantando alberi.

Perché in effetti mi sembra abbastanza inutile salvare esseri umani se non salviamo anche il pianeta su cui abitano…

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Più iPad per tutti. Anche allo zoo

Anche tua nonna può utilizzare l’iPad. Questo lo dicono tutti, questo lo pensano quasi tutti. L’iPad è facile. Così facile che non solo può usarlo qualsiasi essere umano, ma anche qualche altro essere vivente che sì, il DNA ce l’ha quasi come il nostro. Ma in quel quasi ci sta tutto un mondo: perché non basta il pollice opponibile, serve altro.

Altrimenti che succede? Altrimenti ti trovi dalla parte sbagliata della gabbia, al laboratorio come allo zoo.

Ebbene sì. Stiamo parlando di scimmie antropomorfe e iPad. Perché? Semplice: date un’occhiata anche a questo video…

La prima cosa che mi (Max) è venuta in mente è che questi due video non erano esattamente una buona pubblicità per l’iPad. Però l’iPad non ha bisogno di pubblicità. O quantomeno, l’impressione è che non ne abbia più bisogno, perché si vende da solo.

E quindi quanti iPad potrebbero essere non venduti a causa di un paio di video che fanno vedere che basta essere scimmie per usare un Ipad?

Forse nessuno.

Così come molto probabilmente non hanno assolutamente inciso sulle vendite le polemiche scoppiate sulla situazione di chi, in Cina, gli iPad li produce con le proprie mani (in fabbriche che somigliano tanto agli habitat a cui abbiamo relegato le scimmie antropomorfe che, guarda caso, sanno usare iPad…).

Ma poi ho pensato che la prima cosa che mi era venuta in mente derivava da un mio personale pregiudizio, e che, come tale, era probabilmente sbagliato. Chi lo dice che invece che farne vendere due o tre in meno, di iPad, questo paio di video non ne faccia vendere due o tre in più?

Tutta colpa di Baricco …

E come mai ho cambiato idea? Tutta colpa di Baricco… O meglio, colpa di MaG, a cui avevo promesso di leggere I Barbari – Saggio Sulla Mutazione, del Baricco medesimo. Qualche tempo fa avevo scritto, sul libro, questo:

‘coz promise is promise, ho finito di leggere “I Barbari”, di Baricco. Pomposamente sottotitolato “Saggio sulla mutazione”. In realtà, operazione di marketing in cui si prendono un po’ di articoli vecchi e si rimpolpettano per ri-venderli come libri. Il contenuto? Una lucida, ineccepibile, analisi su che cosa sta succedendo, ma con il cannocchiale, perché di noi, al nostro, della fine che faremo, non gliene importa assolutamente nulla. Del resto: a chi importa?
Se volete leggere qualcosa su cosa sta succedendo leggetevi “Finale di Partita”. Sammy era più onesto, e ne ha parlato molto prima che succedesse.

Il fatto è che le scimmie che usano l’iPad sono perfette, sono viral, sono giuste. Perché, e su questo Baricco ha stramaledettamente ragione, il mondo sta andando verso il semplice.

Il mondo, che sta annegando nelle complicazioni, ha rinunciato alla complessità in nome della semplicità. Sì, è vero: se anche le scimmie usano l’iPad, allora è davvero vero che anche mia nonna può usarlo. E la prima impressione era quella tipica di Max con la puzza sotto il naso, snob, il Max che prima o poi (sì, dovete proprio aspettarvelo) in questo articolo vi dirà che non si comprerà mai un iPad…

E archiviamo le scimmie virali ma non l’iPad. Perché nell’iPad c’è finito anche Camilleri, uno che io stimo, uno che è una persona seria. Uno che Baricco cita ne I Barbari, che era stato pubblicato prima del boom dell’iPad e che quindi, pur rilevando correttamente che era più facile tradurre Camilleri in “televisionese” che non in un’altra lingua, non aveva potuto aggiungere: anche in “iPaddese”.

Perché le app camilleriane non saranno la stessa cosa che leggere un libro di Camilleri e, con buona pace per loro, un anglofono, francofono, germanofono non potranno apprezzare completamente Camilleri, perché ne perdono metà in traduzione, anche se, di certo, potranno amare il Montalbano televisivo e, perché no, Camilleri for iPad.

Del resto le scimmie usano l’iPad, ma mica leggono Camilleri…

E quindi?

L’iPad è un fenomeno. Ok. E qualsiasi cosa io scriva sull’iPad sarà del tutto inutile a farne vendere uno in più o uno in meno.

L’iPad è come la Coca Cola: semplice.

Io dico soltanto: non dimenticatevi che c’è dell’altro, perché altrimenti rischiate di fare come quel turista, visto con i miei occhi (Indiano, direi, come tipologia, ma poi chissà di dov’era), che, a Firenze, non stava guardando Palazzo Vecchio, ma stava guardando Palazzo Vecchio, che, finalmente, era lì davanti a lui, mediato dalla videocamera del suo iPad…

E comunque io non mi comprerò mai un iPad: non voglio un prodotto in cui l’I di me è minuscola, mentre la P di prodotto è maiuscola…

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E’ arrivato il momento di riprogettare il sito web?

mockup 03 E arrivato il momento di riprogettare il sito web?

Ogni brand ha bisogno di un aggiornamento di tanto in tanto (si anche un blog come questo), nessuno è immune da questa legge. Soprattutto se è presente sul web da molto tempo, può anche darsi che il look&feel scelto con tanta passione sia oramai obsoleto e che un nuovo approccio non solo sia necessario ma anche auspicato dai propri lettori/visitatori/clienti.

Infatti, una riprogettazione, pensata per ottimizzare struttura, design e contenuti presenti, potrebbe dare al vostro business la spinta di cui ha bisogno per farsi notare sul web in maniera ancora più decisa.

Inutile ricordare, credo, che il World Wide Web si espande ogni giorno, rendendo sempre più difficile per le imprese essere ascoltate al di sopra del rumore (diciamolo però, molte nemmeno dicono cose così interessanti)

Tutta questa premessa per dire che esiste un acronimo molto marketing – AIDAS – che è il processo mediante il quale un cliente passa attraverso un acquisto di prodotto o servizio che, se ben gestito, lo porterà a tornare ancora e ancora.

Cosa significa AIDAS?

AIDAS è un acronimo utilizzato nel descrivere alcuni importanti fattori di cui tenere conto durante le attività di marketing, valido anche e soprattutto per un progetto come un sito web.

Vediamo quali sono questi fattori:

Attenzione:

E’ ormai accettata la teoria secondo la quale avete circa 8/10 secondi per catturare un nuovo visitatore del vostro sito web. Quindi, se non li afferrare immediatamente, potrebbero essere andati per sempre. Questo significa che il sito deve essere accattivante, attraente e coinvolgente.

Interesse:

Una volta che hai la loro attenzione, è necessario catturare il loro interesse. Questo è dove il contenuto la fa da padrone. È necessario descrivere accuratamente ciò che si offre, e quello che vi distingue dalla concorrenza.

Desiderio:

Ora, la risposta emotiva del cliente entra in gioco, e dovete potergli mettere davanti una forte “Call-To-Action” che li inviti all’azione. Hanno bisogno di essere così preso da quello che si sta offrendo che ne devono sentire il bisogno di entrarne in possesso adesso, ora, subito!

Azione:

In questa fase il cliente sta cercando di acquistare il vostro prodotto e servizio, ed è necessario rendere il più facile, chiara e lineare possibile l’azione. Per un business di servizi, questo significa un pulsante di contatto, abbonamento newsletter gratuita o moduli di richiesta. Un business dedicato ai prodotti ed alla vendita online, invece, deve prevedere un carrello facilmente accessibile e con delle chiare policy di vendita (reso, recesso, post-vendita) e privacy.

Soddisfazione:

Questo si spiega quasi da sé. Ed è la diretta conseguenza dei primi 4 step. Il cliente è così contenuto della sua esperienza web che ritornerà, più volte, coinvolgendo i propri amici. In questa fase si possono anche predisporre molte delle funzionalità di sharing avanzate sui social network.

L’ultimo fattore (soddisfazione) è stato aggiunto successivamente ai primi 4 originari, ed a volte qualcuno cita anche un sesto fattore che interviene prima dell’azione: Fiducia (Confidence in inglese), generando l’acronimo AIDCAS.

Il tuo sito web rispetta i criteri AIDAS? Oppure ha bisogno di una riprogettazione?

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Landing Page Horror: iPad per Vodafone

ipad vodafone Landing Page Horror: iPad per Vodafone

Landing Page Vodafone vista con Firefox4

 

Voglia di iPad? … Scopri subito come averlo su ipad.vodafone.it

Questo è il messaggio SMS che mi è arrivato come cliente Vodafone. Visto che la promo mi interessa sono andato a vedere online atterrando sulla landing page che vedete sopra (usando Firefox4).

Se voi riuscite a cliccare qualcosa o capire come sta la pagina chiamatemi … io davvero non ci riesco. Mi spiace soprattutto per l’occasione persa, non conosco il tasso di conversione di questa campagna, ma non me lo immagino altissimo.

Ecco qualche strumento e guida utile in questi casi:

Consiglierei a Vodafone qualche test in più sulle loro pagine, magari anche loro possono approfittare per provare qualcuno tra questi strumenti o segnalarne altri :)

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Google Calendar: UI Improvements

googlecalendar 193x300 Google Calendar: UI Improvements

Miglioramenti alla UI di Calendar

Stamani, aprendo Calendar, ho notato un paio di piccole migliorie alla UI dell’applicazione, che hanno come scopo la migliore leggibilità del calendario e degli appuntamenti inseriti.

La prima è la velatura applicata ai vecchi appuntamenti (in alto nell’immmagine), che permette di avere un colpo d’occhio perfetto sul “qui ed ora” che in un calendario non guasta.

La seconda è una migliore gestione degli spazi degli appuntamenti, che adesso ripartiscono tra di loro correttamente gli spazi in caso di accavallamenti.

Addirittura in caso di multi appuntamento su orari adiacenti viene fatto creare un piccolo scalino che evidenzia la posizione dell’appuntamento successivo. (in basso nell’immagine)

Per chi utilizza (purtroppo) Calendar anche come gestione task questi miglioramenti renderanno molto più piacevole il lavoro.

Kudos, come al solito, a Google :)

 

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